Lo Hobbit

È forse il caso di dire due parole su Lo Hobbit di Peter Jackson, attualmente nelle sale  in Italia.  Ci sono in giro diverse  recensioni, alcune buone altre decisamente meno. Mi preme sottolineare come il film sia un fenomeno culturalmente complesso che  spesso con molta fatica può essere  compresso dentro gli schemi della critica cinematografica tradizionale, a volte decisamente ignorante e superficiale  non appena l’oggetto di analisi si allontana dagli schemi consueti (é stato il caso lampante di “13 assassini”  come raccontato in questo blog).  Ma torniamo al nostro Lo Hobbit. Jackson si era già cimentato con l’impresa della realizzazione cinematografica del Signore degli Anelli, la principale e più conosciuta opera di Tolkien.  La resa cinematografica della trilogia tolkieniana  era stata a mio avviso interessante. Jackson aveva dovuto effettuare delle scelte, alcune dolorose ma inevitabili, altre decismente discutibili ma il risultato finale era stato tutto sommato gradevole: una parte dello spirito del libro, una parte della sua straordinaria visione immaginifica era stata resa sullo schermo in modo estremamente spettacolare. Si era perso chiaramente in profondità ma ciò era abbastanza previdibile, scontato e forse anche necessario. Un film può solo tentare  di rendere lo spirito di un’opera letteraria, di tradurne in linguaggio cinematografico una parte limitata.  Il problema che Lo Hobbit  ha posto a Jackson è esattamente questo:  lo spirito del libro è molto diverso da quello del Signore degli anelli, più semplice , con un senso del meraviglioso più domestico, dove la presenza degli elfi ad esempio è gioisa, non di rado accompagnata da canti e umorismo (come durante l’arrivo della compagnia dei nani con Bilbo a Gran Burrone). Ha insomma una dimensione peculiare ben conosciuta dai lettori e molto diversa da quella del Signore degli Anelli.  Di questo invece nel film di Jackson  rimane poco. Il regista infatti, forse per ragioni commerciali,  ha modellato Lo Hobbit sulla falsariga del  Signore degli Anelli,  infarcendo il film di richiami eccessivi alla trilogia, in modo quasi ossessivo.  Per ora quindi un’ occasione parzialmente perduta, speriamo che Jackson si renda conto degli errori e rimedi  nell’allestimento finale dei prossimi due film.

Lascia un commento

Archiviato in cinema

Diritti Umani e Predicazione

Perchè li uccidete? Per ammassare ogni giorno un po’ di oro in più? (Fra A. Montesinos)

Ancora oggi le nostre coscienze addormentate vengono destate da una voce, che con forza grida nel deserto. Il lungo cammino dei diritti umani, fece tappa cinquecento anni fa sull’isola di Españiola, l’attuale Haiti. Siamo nel pieno della “conquista”, il percorso di conquista e di dominazione coloniale del Sud America e nel pieno del massacro, del genocidio sistematico perpetrato dai “conquistadores”  a spese degli indios. Un massacro e uno sfruttamento tremendo, condotto senza misericordia e pietà. A questa situazione reagì con forza la comunità domenicana di Haiti che decise di parlare per bocca di fra Antonio Montesinos che nella predica della prima domenica di Avvento, avrebbe denunciato, parlando a nome di tutti i frati, la situazione drammatica, il massacro  che si stava perpetrando nell’indifferenza generale. Vale la pena rileggere le sue parole:

Sono la voce di Cristo che grida nel deserto di quest’isola.
Pertanto si conviene che con attenzione, non una attenzione
qualsiasi, ma con tutto il vostro cuore e tutti i vostri
sensi, l’ascoltiate, la qual voce sarà per voi la più nuova che
mai udiste, la più aspra e dura e la più spaventevole e pericolosa
che mai avreste pensato di ascoltare… Questa voce
vi dice che siete tutti in stato di peccato mortale a causa
delle crudeltà e dei soprusi che fate subire a queste popolazioni
innocenti. Ditemi: con quale diritto, in nome di quale
giustizia tenete gli indiani in una schiavitù così crudele e
terribile? Con che diritto avete scatenato così tante guerre
esecrabili contro questa gente che viveva in pace nella
propria terra e che voi avete oppresso con innumerevoli
morti e stragi mai udite? Perché li opprimete così tanto
e li sfinite, non dando loro da mangiare e non curandoli
quando sono malati dal momento che essi si ammalano e
muoiono a causa del lavoro eccessivo a cui voi li costringete;
o meglio, perché li uccidete per ammassare ogni giorno un
po’ di oro in più? E che premura avete perché si insegni loro
la dottrina, conoscano il loro Dio e creatore, siano battezzati,
ascoltino la Messa, rispettino le feste e le domeniche? Non
sono anch’essi degli uomini? Non hanno anch’essi un’anima
come ogni creatura razionale? Non avete il dovere di amarli
come voi stessi? Proprio non capite? Siete forse immersi in
un profondissimo letargo?

Il letargo di cui parla fra Montesinos fu duro da spezzare, gli stessi frati furono costretti ad abbandonare l’isola e rientrare in Spagna. Ma dalla Spagna Montesinos, i suoi fratelli e gli altri destati dalle sue parole continuaro la lotta per i diritti degli indios. Lotta che, attraverso l’opera di Bartolomeo De Las Casas, presente alla predica di Montesinos e “destato” dalle sue parole, portò alla  modifica degli ordinamenti giuridici spagnoli e alla prima  proclamazione nell’opera di Francisco De Vittoria  dei “Diritti Umani”. Ma oggi? Le nostre coscienze non sono nuovamente addormentate? Non siamo in un profondo letargo che ci impedisce di vedere lo sfruttamento degli uomini, degli animali e delle risorse del globo terraqueo? Tanto tempo è passato e lo sfruttamento prende forme e dimensioni diverse, ma anche noi, ognuno di noi può continuare a vederlo nelle dinamiche della disoccupazione e del  lavoro precario, dell’ingiustizia sociale, della iniqua distribuzione dei redditi e delle risorse, nella deserticazione e nella devastazione del territorio. Può essere utile quindi riascoltare Montesinos e cercare nuovamente di farci “destare” dalle parole gridate con forza nel deserto . L’occasione è data dal Convegno sui Diritti Umani organizzato a Cagliari il 26 novembre prossimo  dalla Famiglia Domenicana per commemorare il  cinquecentesimo anniversario del sermone di fra Montesinos. Convegno durante il quale ci si potrà confrontare e riflettere sia sulla situazione dello sfruttamento delle risorse umane che dello sfruttamento delle risorse naturali e ambientali. Locandina evento

Lascia un commento

Archiviato in Bioetica

La Scuola del Tempio di Katori

Per noi occidentali è spesso assai arduo comprendere appieno i preziosi frutti che la storia giapponese ha consegnato alla nostra contemporaneità. Mi riferisco, in particolar modo, a quella particolare elaborazione della cultura nippponica che è il Budo, la via del guerriero. Il Budo è un concetto complesso e  sfuggente  nelle sue varie determinazioni: un intreccio assolutamente originale  di etica, spiritualità e pratica marziale. Come tutte le produzioni culturali  non immediatamente assimilabili ai nostri codici culturali le arti del Budo hanno avuto per il mondo occidentale prima  la fascinazione dell’esotismo innescando, poi,  un processo radicale di trasformazione e omologazione.  Processo che gli stessi giapponesi,  sempre estremamente pragmatici e quando occorre più occidentali degli occidentali, hanno incentivato per scopi meramente mercantili. Per fortuna non tutto quel tesoro culturale è andato perduto. Mi sto riferendo qui non al mondo delle arti marziali giapponesi in genere, spesso ben conosciute e praticate (Judo, Karatè, Aikido etc) ma al particolare mondo delle Koryu. Le Koryu (Da Ko antico, tradizionale e Ryu Scuola) sono infatti le scuole di arti marziali tradizionali, dedicate alla formazione del Samurai, quella particolare e poliedrica (di volta in volta guerriero, asceta, soldato, funzionario, poeta)   figura del mondo feudale giapponese che tanto impatto ha avuto sul nostro immaginario. Sono scuole quindi poco attuali (Vi si insegnano infatti  in misura prevalente l’utilizzo delle armi bianche e secondariamente e in misura del tuttto sussidiaria il combattimento disarmato), con pochi e selezionati allievi sia in occidente che nello stesso Giappone. Tra queste una posizione particolare è data alla Scuola del Tempio di Katori o Katori Shinto Ryu. La Scuola di Katori mantiene un ininterrotto lignaggio (La successione dei Soke, il gran maestro della scuola, erede e custode delle sue tradizioni) a partire dalla sua fondazione avvenuta nel 1447. Nella Scuola secondo l’antico programma didattico si studia l’utilizzo della spada giapponese nelle due  modalità del Kenjutsu (con allenamento in coppia con una spada di legno o Bokken)  e dello Iajutsu (tecniche di estrazione e taglio in teoria condotto con una spada vera, ma abitualmente si utilizza una sua copia detta Iaito ), del bastone o Bojutsu, dell’alabarda giapponese (la Naginata) e della lancia (Sojutsu). L’allenamento vissuto al giorno d’oggi ha grandissima valenza culturale e di crescita psicoeducativa individuale. I vari maestri della Scuola consigliano infatti di accostarsi alla pratica in età adulta, con una maturità quindi che sia in grado di apprezzarne gli insegnamenti. In Italia sono presenti diverse linee di trasmissione della Scuola (comprese quelle che fanno riferimento ai dojo di Narita e Kawasaki), la principale  delle quali fa riferimento al maestro Hatakeyama,  che per anni ha instancabilmente divulgato il Katori Shinto Ryu in occidente. Il maestro Hatakeyama è scomparso alcuni anni fa e ora la sua linea didattica è portata avanti dai maestri Andrea Re e Sergio Mor Stabilini. Per chi volesse ulteriori informazioni http://www.katorishintoryu.it, http://www.jitakyoeibudo.it

Lascia un commento

Archiviato in Generale

Elogio della Spy Story

In Italia quella che potremmo chiamare, con una certa difficoltà di definizione terminologica e teorica, letteratura popolare,  non ha mai avuto eccessiva fortuna. E’ sempre stata forte infatti il tentativo di confinarla in un limbo teorico chiamato letteratura d’evasione o di intrattenimento, una sorta di letteratura dei balocchi per adolescenti non cresciuti o lettori costitutivamente immaturi. Tutto questo materiale veniva quindi visto come indegno di essere veramente apprezzato ma consumato velocemente, di preferenza sotto l’ombrellone, quando anche la lettura di una rivista di gossip poteva essere troppo intellettuale. Sfuggiva ai più come nella letteratura popolare novecentesca, ed ora anche in quella del XXI secolo, fossero in realtà presenti i più interessanti “narratori” contemporanei. Una parte di questa letteratura a lungo dileggiata ha avuto finalmente un faticoso recupero. Sto pensando ovviamente della letteratura poliziesca, altrimenti chiamata “gialla” dalla prestigiosa collana da edicola della Mondadori. Recentemente infatti sono state  avviate tutta una serie di importanti iniziative riguardanti la storia e la tradizione della letteratura poliziesca,  che ha permesso il recupero e la valorizzazioni di molti autori (penso alle collane di Polillo o agli autori “riscoperti” da Sellerio). La spy story o letteratura di spionaggio è invece rimasta relegata nel limbo della paraletteratura. Con alcune autorevoli eccezioni, come Le Carrè o Forsyth. Sopratutto non le è stata riconosciuta lo status di lente particolare con la quale guardare  la realtà, statuto che invece viene riconosciuto ad  esempio al Noir. La Spy Story è invece una straordinaria occasione per guardare il mondo e capirne e carpierne il divenire storico, a volte tortuoso e complesso. La Spy Story permette di guardare sotto il lenzuolo e vedere la società  come è nei suoi egoismi, nelle sue meschinerie,  nelle sue  pianificazioni ciniche  per il raggiungimento degli obbiettivi o nei modesti eroismi quotidiani. Ci aiuta anche a comprendere appieno le dinamiche geo-politiche del mondo che cambia  attorno a noi.  E per noi italiani, affetti sempre da provincialismo,  questa non è cosa di poco conto. In questa prospettiva un posto di rilievo va dato sicuramente ai maginfici tre della Spy Story: Le Carrè, Forsyth, Deighton. Recentemente in Italia si sta riscoprendo un altro grande della spy story ovvero  Eric Ambler (per chi vuole veramente conoscere l’essenza dei Balcani Ambler rimane irrinunciabile) di cui Adelphi sta pian piano ripubblicando le opere principali.  Una citazione particolare la voglio inoltre dare per una serie di splendidi autori, tutti della scuola inglese, che tra gli anni 60 e 90 hanno fornito delle opere straordinarie per acutezza, lucidità, disincanto,  cinismo e perchè no romanticismo. Sono Ted Allbeury,  Evelyn Antony, Kenneth Royce, Angus Ross. Attendono solo di essere recuperati dal loro limbo editoriale e magari nobilitati con traduzioni accorte ed integrali.

Lascia un commento

Archiviato in Generale

Qualcosa si muove nel mondo della Pratica Filosofica

Le Pratiche filosofiche quell’insieme variegato e multiforme di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, torna a dare segni di vitalità. Dopo un periodo di grande notorietà, con presenze su tutti i media che commentavano non sempre benevolmente a dire il vero, il ritorno  alla dimensione pratica, quotidiana della filosofia, della Pratica Filosofica, almeno nella sua declinazione principale che è la consulenza filosofica (La P4c continuava e continua a godere di ottima e meritata salute) si erano un po’ perse le tracce. Il movimento aveva incontrato infatti grosse difficoltà ad uscire dalle strettoie della sperimentazione, della collocazione  o meno della consulenza filosofica all’interno della relazione d’aiuto e dei suoi rapporti con le altre professionalità, in primis quella del counselor (che secondo alcuni e segnatamente chi scrive  largamente condivide con la consulenza filosofica larghi tratti della sua identità e della sua collocazione prassica e professionale). Lo stesso rapporto con l’Accademia filosofica è stato altalenante e spesso generatore di insucessi e fratture. Non è riuscita inoltre ad avere la sufficienza lucidità intelletuale di dialogare e di porsi in collegamento con gli altri movimenti che andavano verso l’orizzonte di un recupero pratico del pensiero filosofico, sto qui  pensando al rapporto mancato con la Bioetica (a parte qualche tentativo portato avanti isolatamente dal sottoscritto) e le altre prospettive di filosofia pubblica.  La consulenza filosofica ha insomma pagato la sua ambizione di proporsi ad un tempo  come un evento nuovo, sovvertitore degli schemi consueti  e dall’altro di non essere riuscito ad elaborare una minimamente credibile prospettiva professionale. In breve tempo i consulenti filosofici sono stati ricacciati in quella che è stata definita la dimensione culturale: corsi di filosofia per tutti, seminari in biblioteca e così via. Sia chiaro nulla di brutto, anzi, tutte cose molto belle, giuste ed interessanti ma, bisogna essere onesti, poca cosa rispetto alle ambizioni e ai propositi iniziali. Sopratutto è  fallita la scommessa di dare un nuovo futuro  professionale ai laureati in filosofia e nuova energia ai tradizionali corsi di laurea (qui le responsabilità dell’accademia sono altrettanto forti di quelle dei consulenti): oggi gli appartenenti al mondo della Pratica Filosofica sono sopratutto insegnanti di filosofia della Scuola Superiore, persone quindi che una professione già la possiedono e la esercitano.

Recentemente però è tornato alla Presidenza di Phronesis Neri Pollastri, che è un po’ il padre storico del movimento in Italia. Da subito ha messo a tema esattamente questa situazione e ne ha fatto divenire la questione  centrale del prossimo Seminario Nazionale di Phronesis in programma dal 15 al 17 luglio a Firenze. Per una Pratica Filosofica che torna a Firenze e che forse si pone la questione essenziale della sua identità forse c’è ancora un futuro non solo di pratica  culturale.

Lascia un commento

Archiviato in Generale

13 Assassini

In questi giorni è presente nelle sale l’ultimo film di  Takashi Miike, prolifico e genialoide cineasta giapponese. 13 assassini è pero una grande sopresa.  E’ infatti un film classico, nella tradizione del Jidai geki, i film che raccontano l’epopea del Giappone feudale. Nell’accostarsi a questa tematica Miike mostra una delicatezza inaspettata ma anche una grande capacità di innovare nella tradizione. Il film è infatti imperniato sulle contraddizzioni e i conflitti etici che la rigida morale del bushido comporta. La trama a grandi linee è questa (e non penso di rovinare nulla a  chi non ha ancora visto il film) : Il fratellastro dello Shogun  il potente Naritsugo rappresenta la perfetta incarnazione del male assoluto: crudele, spietato , totalmente amorale. Utilizza il suo rango e il suo potere per compiere ogni sorta di nefandezze:  stupri omicidi, torture, sicuro dell’impunità garantita dal suo rango. Tuttavia proprio la sua radicale malvagità fa emergere le contraddizioni, quella della società Tokugawa (destinata di li a poco ad essere travolta nella nascita del Giappone contemporaneo) incapace di trovare una soluzione “legale” che possa fermare Naritasugo  e scossa nel contempo dai seppuku (i suicidi rituali) che si susseguono come unica, possibile forma di protesta. Un alto dignitario di corte incarica allora il samurai  Shinzaemon di raccogliere  segretamente un gruppo di samurai per uccidere Naritsugo. La missione dei  samurai è una missione mortale, sanno infatti che, quasi sicuramente, sarà per lora una srada senza ritorno.  Miike fa emergere brillantemente i conflitti etici della società feudale giapponese. Se infatti era impossibile, per la giustizia dello Shogun fermare Naritsugo in virtù della sua posizione nobiliare (e la figura più tragica è quella di Hanbei, capo dei samurai di Naritsugo che pur disprezzando l’operato del suo signore e ammirando invece Shinzaemon lo difende sino all’estremo sacrificio per adempiere al suo “dovere” di samurai) i  samurai di Shinzaemon sono onorati di potersi sacrificare per adempiere ad una missione di così elevato contenuto morale: fermare il diavolo che cammina a costo della loro vita. Il loro onore di samurai è in ogni caso salvo: la loro missione, ancorchè moralmente giusta è nel contempo segreta ed  ufficiale, obbediscono agli ordini del Cancelliere dello Shogun. Insomma nessuna cosa è semplice  nell’orizzonte della cultura giapponese. Il film prosegue poi verso il pirotecnico e lungo finale (assolutamente da non perdere però, dove si esalta il talento registico di Miike)  che permetterà infine, col sacrificio di quasi tutti i suoi compagni a Shinzaemon di adempiere al suo dovere e fermare il diavolo. L’ultima scena sembra quindi un momento di congedo per l’epoca dei samurai e per la loro complessa dimensione etica: il samurai sopravvissuto, il giovane nipote di Shinzemon,  in uno scenario apocalittico e circondato da centinaia di cadaveri,  sembra infatti  voglia abbandonare il mondo delle due spade e dedicarsi ad una vita più normale e accettabile: parlando con il vagabondo che si è unito al gruppo degli assassini dice: “farò il bandito o forse andro in America  a far l’amore con tutte le donne”. Questo piccolo scorcio ci consente qualche riflessione sui critici di casa nostra. Tantissimi infatti recensendo 13 assassini si sono trovati in difficoltà. I codici culturali che il film propone mettono infatti a dura prova i nostri e la maggiornaza non ha trovato di meglio che rifugiarsi nei paragoni con Tarantino o il western, quasi che non si riesca a cogliere appieno la specificità e l’alterità di cio che esce dagli schemi consueti. Troppo forte per costoro la voglia di incasellare qualsiasi cosa difficile nella categoria del gia visto, del già conosciuto, del consueto, che gli consenta, in ultima analisi,  di perpetuare il loro pensiero stanco. E così le parole di Shinrokuro, il giovane samurai sopravvissuto al massacro, sono viste come il definitivo abbandono del regista della retorica morale dei samurai per abbracciare la più tranquilizzante visione occidentale della vita. E forse è anche così se non fosse per un piccolo particolare, sfuggito ai più. Shinrokuro infatti dopo aver pronunciato le sue parole fa un gesto, come per gettare via la spada (simbolo di un abbandono definitivo del mondo dei samurai). Un gesto che non può non ricordare Harry Callaghan che butta via il distintivo alla fine di “Ispettore Callaghan il caso Skorpio è tuo”. Ma il gesto di Shinrokuro si trasforma quasi inaspettatamente nel gesto, ben conosciuto ai praticanti di spada giapponese, di far schizzare via il sangue dalla lama prima del rinfodero, gesto che è chiamato “Chibori”. Un gesto quindi che riporta Shinrokuro all’appartenza al mondo al quale aveva appena dato addio. La spada non vola via e rimane nelle mani del samurai, noi non sappiamo se poi l’abbia rinfoderata o meno e ci consegna quindi  una poco tranquillizzante ma feconda incertezza. Le cose non sono come sembrano sembra suggerirci  Miike, sono sempre più complesse,  ma forse in pochi hanno fatto lo sforzo di capirlo. Per costoro 13 assassini è un’accasione perduta

1 Commento

Archiviato in Generale

La “Rivista per le Medical Humanities”

Il panorama delle riviste accademiche e scientifiche dedicate alle Medical Humanities non è molto vasto in particolar modo per le riviste di lingua italiana. Tra i principali contributi vi sono infatti le riviste animate con passione da Sandro Spinsanti (prima “L’ Arco di Giano” e poi “Janus) e veramente poco altro. Da un paio d’anni tuttavia è presente la “Rivista per le Medical Humanities” di cui è appena uscito il diciottesimo numero. La Rivista è curata da Roberto Malacrida (Primario di Terapia Intensiva a Lugano e Professore presso le Università di Ginevra e Friburgo) e Graziano Martignoni (Psicanalista e Docente presso le Università di  Friburgo e dell’Insubria) entrambi prestigiosi esponenti e instancabili animatori  delle Medical Humanities in terra ticinese. La Rivista, che è anche organo ufficiale della Commissione Etica dell’Azienda Ospedaliera Cantonale (COMEC), si avvale oltre che di un comitato scientifico estremamente rappresentativo (tra gli altri Bernardino Fantini, Mario Picozzi, Fabio Merlini)  di un nutrito gruppo di collaboratori, in gran parte proveniente dalle fila dell’Azienda Cantonale. In ogni numero è presente una parte monografica, centrale nell’impostazione della rivista, che tematizza ogni volta un problema differente. Tra i temi affrontati negli ultimi numeri ricordo: la medicina interculturale, il problema della comunicazione della verità, le tematiche della diversabilità, la differenza di genere in sanità e altri ancora.  Altre  sezioni della rivista sono dedicate regolarmente alle interviste (con esponenti ruotanti attorno al mondo delle Medical Humanities), alle recensioni, alle buone prassi e alle problematiche di carattere etico clinico, con un apposito spazio curato dalla COMEC. Inoltre,  in una  perfetta ottica Medical Humanities, in ogni numero è presente una curata  sezione iconografica,  denominata  “Portfolio” , che presenta in genere lavori fotografici di grande pregio e interesse. Per il lettore italiano la rivista rappresenta l’opportunità non frequente  di confrontarsi con le riflessioni in tema di Medical Humanities di un vasto panorama europeo. I curatori infatti valorizzano in questo senso la funzione di cerniera tra diverse culture ed ambienti scientifici rappresentato dalla realtà della Svizzera italiana.

Il diciottesimo numero è dedicato alla speranza, condizione fondamentale di ogni percorso terapeutico, in un viaggio che la tematizza e la analizza in una prospettiva etica e culturale tra la diagnosi e la prognosi. Il Portfolio presenta splendide fotografie di Manule Bauer, che documentano il viaggio compiuto da una bambina tibetana fuori dal suo paese, attraverso l’Himalaya per raggiungere la terra d’esilio del Dalai Lama.

1 Commento

Archiviato in Bioetica, Etica Clinica, Medical Humanities